L’autoabbandono ha molti nomi. A volte lo chiamiamo empatia.

Il bambino che impara a prendersi cura di tutti spesso diventa l’adulto che non riesce più a distinguere la cura dall’amore.
All’inizio sembra empatia.
Sembra sensibilità.
Sembra amore.
Ma spesso è iniziato molto tempo prima. In quella pausa, prima di parlare, in cui senti la stanza invece di sentire te stesso.
Nel modo in cui il tuo corpo si orienta verso l’altro ancora prima che tu scelga di farlo.
Nel momento in cui percepisci il loro stato emotivo prima ancora di aver riconosciuto il tuo.
Nessuno lo chiama abbandono, visto cosi.
Sembra gentilezza.
Sembra essere “bravi con le persone”.
Sembra cura.
Ma sotto la superficie accade qualcosa di più silenzioso:
  • la tua voce si ritira, piccola, trattenuta in gola.
  • Il petto si tende in un ascolto che non finisce mai.

Stai imparando qualcosa di molto profondo:

  • 👉 abbandonare te stesso, prima che lo faccia qualcun altro.
E più tardi, questo adattamento cambia nome.
La sintonizzazione diventa amore.
L’esaurimento diventa connessione.
E non è immediatamente visibile ciò che manca.
Solo una sensazione sottile: che qualcosa non arriva mai davvero fino in fondo.
Che qualcosa non si posa.
A volte emerge una domanda diversa: come sarebbe restare?
Restare nel proprio corpo.
Restare nel proprio sentire.
Lasciare che qualcuno ti incontri senza dover andare tu per primo verso di lui.
🧠 Questi schemi non sono solo psicologici.
Sono pattern neurofisiologici.
Il sistema nervoso ha imparato che:
  • la connessione passa attraverso l’adattamento
  • la sicurezza dipende dal leggere l’altro
  • il proprio bisogno può creare distanza
E così l’attenzione va verso l’esterno, sugli altri.
Costantemente.
👉 Questo è ciò che, nel tempo, può portare a:
• iperattivazione relazionale
• difficoltà a percepire i propri bisogni
• fatica nei confini
• esaurimento emotivo
• relazioni sbilanciate
🌿 Il cambiamento non avviene solo “capendo” questo schema e ragionandoci sopra.
Avviene quando il sistema nervoso fa un’esperienza diversa.
Strumenti come il Dynamical Neurofeedback® NeurOptimal® supportano questo processo in modo profondo, aiutando il cervello a sviluppare:
• maggiore autoregolazione
• riduzione dell’iper-vigilanza verso l’altro
• aumento della presenza interna
• maggiore stabilità emotiva
• miglior accesso ai propri stati interni
• più equilibrio tra sé e relazione
Quando il sistema nervoso diventa più flessibile,
non è più necessario “uscire da sé” per mantenere il legame.
📘 Approfondimenti e formazione
Questi temi sono approfonditi nel nostro libro:
“Il Dynamical Neurofeedback NeurOptimal® integrato alla psicoterapia”
dove esploriamo come il lavoro sul cervello e sul sistema nervoso possa integrarsi con i processi relazionali e terapeutici.
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16–17 maggio
Un percorso dedicato a psicologi, psicoterapeuti e professionisti della relazione d’aiuto che desiderano integrare strumenti di regolazione neurofisiologica nella pratica clinica.
Forse il punto non è diventare meno empatici.
Ma imparare qualcosa di nuovo:
👉 sentire l’altro senza perdere sé stessi.
E scoprire che l’amore non richiede di sparire.

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