Skip to content

Flash Technique, MEMI e NeurOptimal®: un caso integrato al Primo Congresso Nazionale Flash Technique Italia

Il 10 ottobre parteciperò come relatore al Primo Congresso Nazionale Flash Technique Italia. Per chi lavora con questo metodo in Italia è un momento importante: per la prima volta la comunità si ritrova in un luogo unico per confrontare esperienze cliniche e idee.

Il nostro intervento si intitola “Integrazione multimodale nel trattamento del PTSD” ed è un case report su un protocollo che combina tre strumenti: Flash Technique, MEMI (Multichannel Eye Movement Integration) e NeurOptimal® Neurofeedback.

Il caso

Un paziente adulto con PTSD e DOC in comorbidità, quest’ultimo comparso in età evolutiva. Quando è arrivato da noi non riusciva a parlare dell’evento traumatico senza andare incontro a dolorose abreazioni. Un lavoro narrativo diretto avrebbe comportato un rischio concreto di ritraumatizzazione.

Il nostro obiettivo è stato quindi favorire un’elaborazione profonda senza riesposizione verbale al trauma, restando sempre dentro la sua finestra di tolleranza. Il protocollo è stato costruito in modo sartoriale attorno a questo limite.

Una sequenza, tre passaggi
Flash Technique (primo mese): riduce rapidamente il distress legato all’evento, tenendo il paziente a distanza dal ricordo. Apre la strada ad altri contenuti associativi.
MEMI (secondo mese): permette un’elaborazione sensoriale e somatica dei pattern residui, senza bisogno di una narrazione dettagliata.
NeurOptimal® (venti sedute nei mesi successivi): consolida i risultati e sostiene l’autoregolazione del sistema nervoso.

Il razionale è il predictive processing. In questa cornice il trauma non è un ricordo “immagazzinato”, ma un modello predittivo che il cervello continua a rieseguire con precisione eccessiva (Kotler et al., 2026). Flash Technique e MEMI riattivano il ricordo senza l’arousal che il sistema si aspetta: questo errore di previsione apre la finestra di riconsolidamento. NeurOptimal® lavora poi sulla flessibilità metastabile delle reti neurali.

I dati

Li abbiamo raccolti con strumenti validati. Dopo sei mesi il PCL-5 è passato da 61 a 23, sotto la soglia diagnostica di 33. L’OQ-45 si è dimezzato (da 80 a 40) e la Padua Scale è scesa da 70 a 30. Anche ansia e sintomi depressivi sono diminuiti in modo clinicamente significativo, e i risultati si sono mantenuti al follow-up.

Tengo però a ribadire i limiti: è un singolo caso, senza gruppo di controllo, quindi non generalizzabile, e non possiamo dire quale componente abbia contribuito di più. Servono studi su campioni più ampi, e chi ha esperienze analoghe è invitato a condividerle.

Perché ne parliamo

Un approccio non espositivo protegge due persone: il paziente dalla ritraumatizzazione e il terapeuta dal trauma vicario. Ha anche un aspetto etico, perché trattamenti più rapidi raggiungono chi fatica a sostenere i costi di percorsi lunghi.

Racconterò il caso nel dettaglio il 10 ottobre. Se parteciperete, sarà un piacere incontrarvi.

Comments (0)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *



Torna su